Recensioni

In graziea di Dio un presepio per gli Iblei
Nel vento vola, degli Iblei , l'uomo-uccello di minuscola fattura, librandosi nell'aria con dolcezza. Insegna con il vento la sua via: vento freddo che dissecca i vecchi umori, vento largo che conduce sempre in alto, vento amico che matura fior di luce.
Continua a volare come allora, come sempre - l'oblio non tocca i poeti - l'uomo alato. U rogghiu della Torre lo sostiene.
In alto si diffonde il suo richiamo. Nel cielo si rapprende la memoria: nel cielo azzurro di Akrai, dove para l'amica tramontana del Vulcano, che tocca sibilando le note malinconiche dell'anima. Sono note struggenti senza fine, sono voci cristalline che rampollano nel tempo; ruggiti son furenti di leoni.
In grazia di di Dio, un leone, alunno, con agnelli e con puledri, del matto uomo alato che la casa di Icaro innalzò, coltiva ancora oggi la sua pazzia di bussare fortemente alle coscienze sonnolenti dei potenti e di parlare sussurrando ai cuori dei fanciulli che vivono nutriti alla memoria tenera dei padri.
Rinasce col Natale l'estro antico; torna un mondo che mai era partito: non già museo d'ombre, teatro semmai della memoria viva. nel Bimbo torna la vita.
Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo;
iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna,
iam nova progenies caelo demittitur alto.
Miraclo di carta, legno, ferro, gesso, creta e terre colorate alla natura; prodigio coniugato della mente e delle mani piegate alla sapienza secolare.
L'orologio della torre batte il tempo. Un mondo risorge di figure pien di vita. Scorre il sangue nelle vene. Si anima il presepio di Akrai. La terracotta calatina si risolve in carne viva degli Iblei. S'illumina di vita. Nasce per tutti il Dio fatto bambino. Salva la memoria e salva noi. Prende forma l'universo contadino. La lunga teoria si dipana.
Giunge primo, dalla Vera Croce, stanco come Ripa. Poi viene Peppe Caligiore dall'Aguglia, seguito dalle zie Peppina e Marietta. C'è Bannera con Paolo Cannuni, Uottuiorna, Maciunnu e Carpinteri. In grazia di Dio ci sono tutti i padri antichi. Nessuno manca alla chiamata sutto Rogghju.  .
Spenta la sete alla fontana viva del pian della Matrice, vanno tutti e quattro venti del piccolo Palazzo.
Fontanagrande e Castelvecchio si muovono alla vita.
Spunta Antonello sulla mula dall'orto all'Annunziata; Laurana lascia l'altare bella dell'Immacolata. Con loro si  ripopola il cammino. S'accendono i lumi nelle case e nei tuguri. Brilla l'oro nei palazzi.
Il forno riaccende la sua legna, la spola va e viene sul telaio, risuona ardita l'incudine dei mastri Chicchiriddi, giocano i carusi a  vacca scinni e ncravacca. I balconi affidan fiori ai ferri battuti nell'interccio di barocco e di liberty degli emigrati che solo qui da tutto il mondo si condenza.
Portali, archi e scalinate danno luogo e consistenza a movimenti umani senza posa. L'oste mesce vino per buon sangue, la lavanderia batte i panni al lavatoio, un uomo canta sulla via di casa; son giunti già i nipoti d'Australia e di Toronto.
I lampioni fanno luce ai basolati, il muschio profuma le pareti nella notte, un bimbo dorme nella zana.
Il calesse torna alla dimora degli spiriti, soto la malìa dell'orologio. E lì Vito D'Aquino muove ancora la mola del frantoio, che rimisi in sesto col sudor delle sue mani.
Ogni cosa è al suo posto come prima. La memoria si è fusa con la vita. Palazzolo di Akrai vive intatta. Malgrato tutto s'è compiuta ancora oggi la magìa, sotto le penne d'Icaro, in grazia di Dio, per mano, mente e cuore d'un Leone.
Sebastiano Burgaretta

Presepe Palazzolo Acreide dopo il terremoto
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Un Presepe per Balansùl

Il presepe che si articola su un piano di forma ellittica si ispira alla Palazzolo medievale “Balansùl”, ai ruderi dell’antico castello, al variegato paesaggio della vallata del fiume Anapo , alla ricostruzione di un solido mulino ad acqua, a scene di vita e di costume.
La ricostruzione presepiale costituisce un viaggio a ritroso che l’autore compie nella storia di Palazzolo ed è trait d’union tra la Palazzolo ottocentesca, cui si ispira il presepe realizzato nel 1997 dedicato ad Antonino Uccello,  e la greca Akrai che suggerisce i contenuti del presepe costruito nel 1998, dedicato all’archeologo Gabriele Iudica.
Tassello intermedio di un singolare mosaico e di un modo insolito di comunicare, il presepe vuole essere una presa di coscienza e nello stesso tempo una provocazione intesa a suscitare l’attenzione delle istituzioni per il recupero e la fruizione di una zona di Palazzolo per troppo tempo abbandonata e dimenticata :ricostruire  per ricordare, conservare, tutelare, amare le proprie radici.  
Un presepe per Palazzolo, Città Patrimonio dell’Umanità, è pretestuoso ma non occasionale, infatti, attente riflessioni ed accurati studi sottendono alla costruzione di ciascun presepe: nel 1998, per la ricostruzione dell’area archeologica e dei Santoni è stata preziosa la lettura dell’opera “Antichità di Acre” di Gabriele Iudica,  a questo sul castello  è da supporto “La Sicilia Feudale” di Alessandro Italia, benemerito studioso della Palazzolo medievale, a cui il presepe è dedicato.
Senza una attenta e scrupolosa conoscenza de “La Sicilia Feudale” non sarebbe stata possibile la ricostruzione virtuale  dell’impianto strutturale e scenografico del castello del quale, nella realtà, non restano che pochissime vestigia; né sarebbe stata possibile la rappresentazione di interessanti ambientazioni, scene di vita e di riti di grande coralità e afflato, testimonianza di un modo di esistere semplice ed essenziale.
Balansùl, nella magia del presepe, riemerge dall’oblio dei secoli , un’epoca rivive : tiepido il sole batte sulla fredda meridiana, l’aria si riempie di profumi e di colori, i contadini danzano alla luce dei falò, torce fiammeggianti emanano suggestivi bagliori sulla scalinata circostante e dissipano ombre, la vecchia macina del mulino torna a stridere, frondosi ulivi, spogli noci e agavi selvagge si specchiano nell’Anapo che silenzioso scende tra la terra, mentre il rumore quotidiano e familiare del fluire dell’acqua fra i sassi si dilata fino alle case di pietra  dove la legna sibilando scivola nel fuoco … soffiano forti raffiche di vento, Artale d’Alagona s’aggira pensieroso fra le stanze del castello….    
Nella Monaco

 Il Presepe Palazzolo Acreide Medievale
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Singolare natività ad Akrai
Giovanni Leone ama “raccontare”, attraverso i suoi presepi la storia di Palazzolo e nei presepi conserva  memorie perdute, luoghi, attrezzi e congegni dimenticati. Mi accingo a visitare il “secondo presepe”, (secondo – 1998- perché successivo al primo –1997- per costruzione, ma non certamente per cronologica collocazione nella storia di Palazzolo) ed è stupore. Su di un piano perfettamente circolare si snoda la costruzione dell’ Antica Akrai con la necropoli, i templi ferali, il cimitero degli eroi, la grotta dei cavalli, l’ ipogeo di Valeria. Poi, più in alto, il teatro con il tempio di Afrodite, fantasticamente ricostruito; il Bouleuterion, l’agorà, la strada greco-romana e i resti di un edificio circolare; in discesa una neviera e più in basso i Santoni. Più a valle, ancora, una grotta naturale caratterizzata da tipico fenomeno carsico,  dove il rumore cadenzato dell’acqua scandisce il fluire del tempo. E, immaginosamente, il caseggiato della chiesa di Nicastro (ex feudo Zocco). Un po’ più in alto, non a caso, la grotta della natività e più in alto ancora, in direzione perpendicolare, domina e sovrasta il tempio di Afrodite. Tornando a valle nei pressi della chiesa una casa di pietra: quella del contadino, antica presenza di un mondo povero fatto di “ricca essenzialità”. Attraverso le finestre : il letto, a naca a volu ( la culla a volo), il tavolo e le sedie. Pochi, familiari utensili, intrinseca ricchezza dell’ uomo padrone del suo mondo, governatore delle sue giornate, conoscitore del tempo e delle stagioni, ingegnoso costruttore. Oltre la casa, un po’ più avanti, “A SENIA” (il bindolo): un congegno a forma di ruota avvolta da una spessa catena su cui sono attaccate varie secchie per tirare su l’acqua. Introdotto in Sicilia dagli Arabi, il bindolo è un congegno ormai quasi dimenticato, sapientemente ricostruito per futura memoria. Se fosse dato ad un uomo vissuto alla fine dell’ottocento di ammirare tale ambientazione presepiale non solo ritroverebbe il suo mondo, ma sicuramente, in stretto dialetto palazzolese, esclamerebbe “U scavu ! ” Così veniva denominata la nostra zona archeologica. Credo, tuttavia, che l’autore lungi dal volere suscitare stupore e meraviglia abbia voluto, invece, ridestare la sopita coscienza dei palazzolesi e non solo, su quanto di Akrai resta ancora sconosciuto e dimenticato. E’ evidente, anche, l’intento di “ricordare” Gabriele Iudica che pensoso e solitario, con in mano le mappe dei suoi ritrovamenti, primeggia in un suggestivo scorcio del singolare scenario. A tal proposito significativo è un pensiero di Friedrich Ohly “ Gli uomini sopravvivono al loro corpo finché sono in vita coloro che  ne serbano il ricordo. Il flusso del tempo scorre via come il Lete. La memoria trasforma in storia l’accadimento, da forma a ciò che fluisce”. Con mano esperta e sapiente, Giovanni Leone, sa fissare memoria e tempo, sa amare le sue radici, sa creare profondità prospettiche e giochi di luce. Il paesaggio è austero, misterioso si nutre di colori, di vegetazione, di rocce, di dirupi scoscesi tipici dei pianori iblei. La forma circolare è significante: ogni punto è principio e fine, è vita e morte, è eterno ritorno. Il cerchio, infatti, si chiude per riaprirsi a spirale fino a che si giunge al tempio di Afrodite che domina dall’alto dell’Acremonte, quasi, sospeso tra cielo e terra. Il mistero sacro dell’amore si dipana dal greco tempio di Afrodite, alla grotta della natività, alla chiesa cristiana. L’uomo, nel suo viaggio, supera l’umana condizione ricongiungendosi attraverso l’amore in universale  afflato con il tutto. In viaggio, per la strada greco romana, corre leggero un calessino, di pregevole fattura, con a bordo un uomo e una donna, non più giovani. Viaggiano… avvolti nel tepore del loro delicato conversare, trasportati dalla forza delle loro stesse parole che lievi si dileguano nel vento gelido di tramontana.  
Nella Monaco

Il Presepe di Akrai
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" Il trittico presepiale di Giovanni Leone a Palazzolo Acreide "

di NELLO BLANCATO

Il presepe, come rievocazione della nascita di Gesù, si fa risalire a San Francesco, il quale, nel 1223 allestì a Greccio, in un ambiente naturale, una sacra Rappresentazione. Francescani prima, domenicani e gesuiti poi, diedero successivamente impulso alla costruzione di presepi sia stabili, sia mobili. Agli inizi del XVI secolo per iniziativa della congregazione dei teatini, si diffuse l’uso di ampliare la sacra Rappresentazione inserendo, oltre alle figure essenziali della Madonna, del Bambino e di San Giuseppe, tutta una folla di personaggi, di animali (si pensi al “Presepe Cuciniello” con ben 500 “pastori”), di situazioni, di elementi paesistici e scenografici che, discostandosi dalle categorie spazio - temporali, seguirono i gusti espressivi dei singoli autori, uscendo fuori dagli spazi reali testimoni dell'Evento e dai cicli stagionali con le attività e prodotti ad essi connessi. Il presepe, allora, da narrazione mistica diventò anche narrazione mitica. In Sicilia la tradizione di Natale più radicata e diffusa è proprio quella del presepe. Questa consuetudine ebbe un notevole incremento soprattutto dopo il terribile sisma del 1693, quando, per esorcizzare il fenomeno e per tenere vivo il ricordo della triste esperienza vissuta - " Memorare terremotu et non peccabis" fu il monito ricorrente in quella temperie - nelle chiese, nelle cappelle gentilizie, nei monasteri, nelle case private di qualsiasi ceto, si avvertì l’esigenza di allestire, ma anche di ostentare quando era il caso, presepi di fogge e di materiali vari, a seconda dello status o dell'inventiva degli artefici. L’usanza nell’isola continua ancora oggi con la produzione di svariate tipologie di presepi: viventi, stabili, mobili, animati, artistici, popolari. Nel solco di questa tradizione, si colloca la trilogia dei presepi stabili creati da Giovanni Leone in mostra a Palazzolo Acreide. L’autore ha rappresentato il sacro Evento riproducendolo in tre tòpos assolutamente diversi tra loro sia dal punto di vista urbanistico - paesaggistico e sia dal punto di vista del tempo storico. La sua è una narrazione diacronica, assolutamente originale, di Palazzolo. Parte dall’arcaica Akrai, per transitare al Medioevo e arrivare infine agli inizi del secolo appena trascorso. Le tre opere, realizzate nell’arco di quattro anni, sono quindi a sé stanti, ma insieme diventano un conciso ma particolareggiato continuum che, pur con l'inevitabile sincretismo che caratterizza questo tipo di manufatti, palesa in pochissimi metri quadrati tutta la storia di Palazzolo anche dal punto di vista antropologico. Leone ci mette a disposizione, pertanto, uno straordinario triplo spaccato che, partendo dalla simbologia religiosa dell'Incarnazione, finisce con l’assumere valenze oltre che storiche anche culturali ed etnografiche. Nell’arte presepiale, Giovanni Leone ha un passato fecondo di un vissuto irripetibile: la collaborazione con Antonino Uccello, la sua amicizia, i suoi insegnamenti; il coinvolgimento affettivo nelle tormentate vicissitudini della Casa-museo; la presa di coscienza di un pervicace ostracismo alla cultura "altra", quella cultura delle classi subalterne che Uccello cercò, comunque, di diffondere tra la sua gente con la sua fattività concreta e con i suoi numerosissimi scritti. E’ stato il ricordo struggente di quella esaltante esperienza che oggi gli ha dato la spinta decisiva per riapprodare alla primigenia passione, spegnando così un incantesimo durato quasi venti anni. I tre presepi realizzati con materiali poveri, carta, colla, gesso, polistirolo, mollica di pane, creta, fili di ferro, colori a terra, materiali di risulta, fondi di caffè, legno e polistirolo, rientrano in una tipologia non convenzionale, libera da canoni prefissati, anzi, si esaltano proprio per la dovizia degli elementi profani che, come per sublimazione, riescono a fondersi magicamente con gli spazi sacri della Natività, delle edicole, delle chiese, dei sacrati. Tutte e tre le rappresentazioni sono animate dai “pastori” artistici del figurinaio calatino Salvatore Raimondo (si veda l’intervista a piè di pagina). Si tratta di oltre 200 soggetti in argilla - la stessa Adamà primigenia plasmata e alitata nella Genesi - alti 5,6 cm, e sono stati creati uno per uno in base ai luoghi e agli interni realizzati. Gli effetti luce, i movimenti e alcune suppellettili sono a cura di Giovanni Scirpo.

Il presepe di Akrai

"Le antichità di Acre scoperte, descritte ed illustrate dal barone G. Iudica": è l'opera pubblicata nel 1819 dal mecenate palazzolese appassionato di archeologia. Giovanni Leone è andato a collocare la sua Natività tra quei vetusti ruderi restituiti alla luce dal barone Iudica, proprio sotto l'Aphrodision, luogo sacro agli Acrensi veneratori, là dove più forte soffiano i gelidi venti aquilonari. Questo sito, che è il più elevato di tutto l'altipiano acrense, punto d'incontro tra cielo e terra, diventa anche punto d'incontro della fine e dell'inizio, della morte con la vita. Sì, perché Gesù nasce nell'ombelico dell'acropoli, nell'"omphalos", luogo sacro per eccellenza, dove per trasposizione ora albergano le greche cave usate come ipogei dagli antichi cristiani. E allora, lungi dall'essere dissacratoria o profana, questa scelta è in linea con il simbolismo cristiano che mai dissocia la vita dalla morte, intesa, quest'ultima, come dies natalis, giorno di nascita alla vita eterna e ritorno al padre. Anche il tempo sacro, quello delle feste cicliche (e in questa fattispecie il Natale) è un ritorno, un tempo circolare che chiude un ciclo e ne apre un altro, come circolare è lo spazio presepiale rappresentato da Leone: in un’area di tre, quattro metri quadrati è racchiuso il divino mistero della Natività e l'affascinante storia di Akrai. Il paesaggio che fa da scenario all'Evento altro non è che un mirabile compendio della zona archeologica di Palazzolo che, come per malìa, si immerge, e si sublima ancora, in una atmosfera di primigenia sacralità. "L’opera - dice l’autore - oltre ad una celebrazione del Natale, vuole essere anche un omaggio a Gabriele Judica che con le sue eccezionali scoperte ha "rifondato" Akrai e Palazzolo nello stesso tempo. Il "pastore" seduto sui conci dell'Intagliata è proprio lui, il "Regio custode delle antichità del Val di Noto", intento allo studio e alla vigilia dei suoi scavi”. Il presepe evidenzia un territorio geomorfologicamente massiccio, costituito da calcari bianchi miocenici, velati di grigio, muschiati. “Questa velatura "naturale", questa patina del tempo, è stata ottenuta - continua l’autore - provando e riprovando, miscelando e rimiscelando "terre" e altro fino a quando ho azzeccato la formula giusta per la tonalità giusta. Nel contesto ho pure inserito uno squarcio dell'habitat rurale di contrada Nicastro (la chiesa, il baglio, la torre) proprio per "rompere" un paesaggio che a prima vista poteva apparire uniforme e monotono". Tanti i siti e i monumenti archeologici ricostruiti. Il teatro al completo: koilon, orchestra, scena, i silos bizantini; il bouleuterion, il pozzo degli Osservanti, la strada greco romana passante per l'agorà, la neviera, il tempio circolare, il tempio di Afrodite, l'Intagliata e l'Intagliatella con le grotte sepolcrali, con gli incavi votivi, con le finestre a squame di pesce, con il bassorilievo figurato, l'edicola votiva del Santicello, il Santicello, e poi, per trasposizione (ma anche altri siti sono stati trasposti per motivi di ordine pratico), a Nord del teatro, i Santoni, le dodici sculture rupestri dedicate alla Magna Mater: è questo un percorso semicircolare illuminato da torce, un itinerario "sacro" dedicato alla dea della fecondità, intensamente venerata dagli Acrensi. Per quanto riguarda l’insediamento antropico il periodo è databile a cavallo tra l'800 e il 900. Gli interni, curati nei minimi particolari, sono arredati con i mobili e le masserizie della gente iblea; in una casa ri stari c'è persino la naca a-bbuolu. C'è pure la siènia (noria, bindolo) in azione, l'antica macchina a forza animale per tirare acqua dal pozzo, costituita da secchie unite a catena con movimento circolare. Poi c'è il fuoco scoppiettante nella grotta della Natività, nella casa ri massaria; le cascate nei pressi del teatro a conferma delle numerose sorgenti presenti sull'Acremonte che servivano per l'approvvigionamento idrico del sito abitativo.

Il presepe di Castelvecchio

Questo presepe va a coprire il periodo basso medievale fino al 1693, anno del disastroso terremoto che a Palazzolo distrusse il castello e buona parte delle chiese e del nucleo urbano. Fin dall'inizio il nume tutelare di questa opera è stato Alessandro Italia, il quale, con la sua opera "La Sicilia feudale" fu il primo a descrivere dettagliatamente il castello di Palazzolo e gli usi e i costumi dell'epoca feudale in Sicilia (questa ponderosa fatica, nel 1942, gli valse addirittura un'udienza privata con il re Vittorio Emanuele III). In segno di riconoscimento per questa insostituibile pubblicazione, Giovanni Leone, così come ha fatto con Gabriele Iudica per il "Presepe di Akrai", ha inserito Alessandro Italia tra le figure del “Presepe di Castelvecchio". Il castello sorgeva su una balza rocciosa a picco sulla valle dell'Anapo: a sud dominava i quartieri medievali, a nord aveva funzione di controllo su tutta la valle. L'autore, nella sua ricostruzione, ha tenuto presente alcuni punti di riferimento topografici certi come il baglio grande, il baglio piccolo, la chiesa di S. Martino, le due porte di accesso esterno, la torre quadrata, la torre circolare; per il resto ha ricostruito e ha trasposto liberamente tutti quegli elementi tipici che contraddistinguono il castello dalle altre costruzioni. Ci sono perciò le mura merlate con il cammino di ronda, i dammusi, le segrete, i magazzini delle derrate, la camera da letto del castellano, le fortificazioni interne, la sala delle armi, muraglioni, scale intagliate nella roccia, balconate, porticati. "Nello stesso contesto - riferisce l'autore - ho voluto inserire anche gli "Scalilli", la strada scalinata di epoca più o meno coeva al castello che collegava lo stesso e il borgo al quartiere di San Michele e ad Akrai. Lungo questa strada, non più scalinata, ancora oggi esiste una cappelletta denominata cappelletta di "Maria delle Scaliddi". All'interno di questa chiesetta, scavata nella roccia, ho posto l'immagine della Madonna Odigitria, patrona di Palazzolo sino al 1688. In una edicola, invece ho sistemato un'icona di San Martino che pare sia stato il primo patrono della nostra città". La scalinata si snoda lungo il costone di San Corrado, sito di grande importanza archeologica e dimora, verso la metà del XIV secolo, dell'eremita San Corrado. Leone ha quindi riprodotto la grotta - eremo divenuta poi chiesa rupestre aperta al culto fino al 1712. Sotto il costone sono stati inseriti pure i "Ddieri di Bauly", il complesso rupestre di epoca bizantina sito nella omonima cava. A Nord del castello sotto il costone precipite si apre la vallata su cui scorre l'Anapo, l' "invisibile", il fiume del mito e della memoria, e poi ad ovest si erge una balza rocciosa, con anfratti, scaturigine del fiume, dispensiera di vita al sottostante mulino, arcano grembo dove alberga il Cristo salvatore del mondo. E' qui la festa, la Natività. In questo presepe Cristo nasce proprio sotto u uttigghiuni, la conduttura forzata che precipita l'acqua sulle pale della ruota che fa girare la mola del palmento. E' questa l'originale grotta dell'epifania divina, una grotta splendente e rifulgente luce sacrale. L'artista, su un piano di otto mq, oltre all'Evento è riuscito a riprodurre il paesaggio ibleo con le sue inconfondibili peculiarità: i tavolati rocciosi erosi dal fiume, l'intricato snodarsi delle cavità carsiche, le pareti muschiose, brune, puntellate di arbusti, di agavi, di fichidindia, le cascate, la flora con le sue macchie, i suoi alberi, le sue essenze, l'architettura rurale con i suoi modelli tipologici: gli ovili, i paralupi, i rifugi, u pagghiaru, il capanno pastorale di blocchi lavici, i muri a secco, i terrazzamenti, le lenze, le carcare di campagna, le edicole, il mulino ad acqua. Attraverso le sfumature cromatiche della roccia quasi si riesce a vedere la sequenza delle stratificazioni geologiche che si sono sedimentate nei millenni, sembra di percepire l'odore della campagna, dei fumi, del bucato fresco di liscìa. Tutto il paesaggio, con la sua architettura, i suoi colori, la sua atmosfera incantata è di estrema suggestione e di ineffabile misticismo. Bisogna osservarlo da vicino, con attenzione, frugare con lo sguardo dentro le case, nelle stanze più segrete, nei recessi, nei dammusi, dentro il mulino, nei mille reticoli di strade e anfratti per scoprire i particolari più originali, più minuti, più curati. Solo così si può comprendere perché ci sono voluti ben due anni di lavoro per portare a termine quest'opera. Ammirando le scene di lavoro, i riti delle feste e dei giochi ti senti riportato indietro nel tempo, in quella civiltà contadina di cui il nostro Antonino Uccello fu cantore assoluto, oppure ti trovi catapultato in quella Sicilia feudale raccontata da Alessandro Italia, quando "le luminarie con fascine di busa, veri fiumi di fuoco che dilagavano, salivano, scendevano per le alpestri vie...", o quando "la festa, gaia e rumorosa, era allietata da enormi farate sparse per le piazze e i punti più alti della città. Uomini e donne, a gruppi di parentado o di vicinato, vi ballavano intorno tenendosi per le mani, incitandosi con piccole grida...".

Il presepe dei quartieri

E’ il presepe delle metafore, a incominciare da quella primaria, liturgica, che è l'allestimento plastico in tutto il suo insieme e che simboleggia la nascita del Cristo, e poi: l'uomo alato che campeggia sulla torre dell'Orologio, il frantoio della Casa-museo, la monumentale fontana della ex piazza Roma, ignominiosamente cancellata dallo spazio urbano di Palazzolo, spazi e ambienti "ripuliti" e ritornati ad essere tempio del passato. Bisogna saperlo "leggere" minuziosamente e intimamente in tutte le sue balze, questo sofferto scrigno della memoria, in tutti i suoi anfratti, per scoprire, per capire le inferenze che vi sono riposte: desideri, utopie, ricordi, metafore, pulsioni, poesia; c'è soprattutto la storia di un paese visto nelle consuetudini di un tempo con la laboriosità della sua gente portatrice di esperienze e di tradizioni, ma c'è anche la storia di quell'uomo chiamato Uccello che con i suoi minuti artigli riuscì a lacerare il velo dell'indifferenza e dell'ignoranza: è Uccello, l'uomo alato dell'"Orologio", epifania laica e vigile custode della civiltà contadina e popolare. L'architettura, si sviluppa per sovrapposizioni e rispecchia e compendia il tipico paesaggio urbano alto-ibleo, in particolare raffigura i quartieri di Palazzolo all’inizio dello scorso secolo. E' caratterizzata da un fitto tessuto di modeste case terranee del ceto popolare, insistenti su vicoli e bagli e qua e là sovrastate dalle signorili case palazzate abitate dall'aristocrazia. I segni, gli stili, i fregi, le maschere, gli intonaci, le grondaie di zinco, le porte, le tegole grigie o dal colore indefinibile, tutto ha un suo preciso valore ed una sua funzione espressiva. I punti chiave di questo spazio organizzato sono contrassegnati dai "monumenti" più significativi per il loro pregio artistico o per la loro funzione d'uso: la due chiese, la torre dell'Orologio, Fontanagrande, il trappeto. Il tutto intercomunica e si raccorda grazie ad una serie di strade e viuzze, di scale, di porticati e slarghi tra fontane che scorrono, tra comignoli fumanti, fra tannure e forni accesi, per convergere, quasi senza consapevolezza, verso la "Stalla", splendente di vividissima e ineffabile luce Gli interni, arredati con masserizie povere ma dignitose ( il letto con la coltre bianca, "a culunnetta", "u cantaranu", il telaio, "u cannizzu") e provvisti anche di derrate ( caciocavallo, salami, e non manca pure la salsiccia su una canna a tramontana), non solo fissano l'esatto tempo storico del plastico, ma, assieme a tutta l'ambientazione e attraverso le scene di vita quotidiana nel loro divenire, trasmettono arcani sentimenti di pace e serenità e concorrono a testimoniare l'incarnazione di Cristo a Betlem.

Intervista al figurinaio calatino Salvatore Raimondo

A Caltagirone, ben poca sarebbe rimasta della fama di città produttrice di terracotte artistiche, se don Luigi Sturzo, dopo la scomparsa degli ultimi prestigiosi ceramisti e plasticatori dell'ottocento, i Di Bartolo, i Vella, i Bongiovanni-Vaccaro, non avesse preso l'iniziativa di aprire una scuola di ceramica per perpetuare l'antica tradizione calatina. Da questa scuola, diventata "Istituto d'arte della ceramica", esce il figurinaio calatino Salvatore Raimondo, allievo prediletto di Nicolò Barrano e creatore dei “pastori” che popolano i tre presepi di Giovanni Leone. Una copiosissima produzione di statuette in terracotta, quella dei figurinai, che spaziava tra la Rappresentazione sacra e quelle profane, riproducendo a tutto tondo, uomini, animali e santi. La produzione presepiale dei pasturara comprendeva prodotti prettamente popolari fatti con stampi e malamente rifiniti ma accesi di vivissime policromie, quella dei plasticatori “colti”, invece produceva gli stessi pezzi a carattere popolareggiante però di squisita fattura artistica, come è documentato dalle opere di alcuni dei succitati maestri. In entrambi i casi, quindi, i personaggi creati rappresentavano umili scene di vita e di attività lavorative quotidiane. Salvatore Raimondo è nato nel 1962 a Caltagirone, città dove si è diplomato e dove lavora. Un suo vecchio parente faceva il pasturaru ed oltre che nella produzione presepiale era specializzato nella lavorazione di fischietti cristoformi (Cristo nel "cataletto") e di Santi Giacomi (S. Giacomo è il patrono di Caltagirone), venduti in loco e nelle fiere paesane. Raimondo si muove invece nell'alveo della tradizione artistica calatina. Le sue opere sono ispirate alla scuola dei Bongiovanni-Vaccaro come testimonia lo stile e la fattura delle figure esclusive modellate per i presepi Leone. La tipologia della sua produzione spazia dalle figure sacro - profane (pastori, composizioni presepiali, santi, personaggi) al campo degli oggetti d'uso (ma sempre a scopo decorativo): vasi, "cannate", "sbrunìe, "quartare", ecc. Da piccolo, garzone di bottega, andava a cavare la creta in contrada S. Giorgio nella stessa contrada dove risiedette il Vella, abilissimo disegnatore e modellatore. "La nostra argilla è più chiara perché contiene meno ossido di ferro - asserisce Raimondo - ed io le statuine dei presepi di Leone le ho volute plasmare con argilla locale poiché è più plastica di quella di Montelupo, raffinata industrialmente." Signor Raimondo, quali sono i figurinai che dal punto di vista artistico oggi vanno per la maggiore a Caltagirone? "A mio giudizio, il vecchio maestro Tano Romano, Peppe Branciforti, Maurizio Patrì, ma ce ne sono ancora tanti che sono degni di essere annoverati tra i più bravi e capaci". Qual è la sua opera più riuscita artisticamente? "Non saprei. So solo che, ogniqualvolta decido di tenere per me qualche pezzo particolarmente bello, sono "costretto" a venderlo perché c'è sempre qualcuno che lo vuole, proprio quello, anche se già fa parte della mia collezione privata. Le mie opere sono sparse ed esposte in tutto il mondo: a New York, a Londra, in Germania, a Malta. La soddisfazione maggiore l'ho avuta quando una mia composizione presepiale è stata donata al papa nel dicembre del 1991 ed è andata ad arricchire il patrimonio artistico della santa sede". Ha partecipato a delle mostre? "Guardi, queste sono le ultime recensioni di prestigiose riviste a livello nazionale - e mi fa vedere degli articoli pubblicati su riviste come Touring Club, Week End Viaggi, Dove - A Palermo, nel 1993, ho partecipato alla mostra dei presepi, allestita dal Banco di Sicilia, con un'opera animata da ben venticinque personaggi a tutto tondo. Un anno prima avevo già partecipato alla trasmissione televisiva "Numero uno" classificandomi quarto. Ho esposto in Germania (a Colonia), a Firenze, a Roma. Un mio presepe è stato donato anche al presidente Scalfaro. Fortunato Pasqualino è rimasto colpito dal tratto delle mie opere e non ha avuto difficoltà ad accostarle agli artisti calatini più autorevoli". Quali sono le fasi e le modalità di lavorazione? "Aiutandomi con una stecca di busciu e con l' "anima" di una penna a biro per trasferire e applicare i pezzi quasi microscopici, in questa fase uso una lente di ingrandimento montata al tavolo di lavoro, abbozzo il nudo che poi vesto con delle sottilissime scaglie di argilla incollandole quando la pasta è ancora tenera. Prima della cottura bisogna fare asciugare per evitare che una rapida evaporazione dell'acqua contenuta nel manufatto possa provocare la formazione di piccolissime fratture (cricche). Quindi si mette a cuocere nel forno che si porta alla temperatura di 900 gradi. La terracotta, al giusto punto di cottura, deve assumere il colore del mandarino, rosso chiaro. Da piccolo ho lavorato presso le fornace a legna di Giovanni Romano che ha chiuso nel 1975, una delle ultime. Mi ricordo che andavamo a prendere come combustibile gli spezzoncini delle gabbiette fabbricate in contrada Granieri, ma usavamo anche legna secca e sansa (nuozzulu). Una volta mi hanno dato la responsabilità di governare da solo tutto un ciclo di infornaciatura: ventiquattro ore di fuoco ininterrotto e un grosso impegno per me che ero ancora ragazzo. Il forno era di forma cilindrica, e a lato c'era una piccola finestrella per controllare la robba e l'intensità del calore. Altro che pirometro!". Quali colori e smalti usa? "I colori vengono stesi a freddo, si tratta di colori minerali non acrilici, "terre" naturali che poi miscelo e compongo: l'azzurro ad esempio lo ottengo aggiungendo solfato di rame, il nero aggiungendo il verderame, il rosso lo faccio derivare dalla terra d'ombra, e poi associo un fissatore a base di colla forte, di coniglio. Infine si passa alla fase dell'invecchiamento per mezzo di un acido mordente che agisce sui colori e ne smorza la vivacità. Più passa il tempo e più i colori acquisteranno armonia nelle tonalità e nelle sfumature". I riferimenti al migliore Bongiovanni sono inevitabili nell'opera di Salvatore Raimondo, sia dal punto di vista plastico - formale e sia dal punto di vista cromatico. E le figure dei presepi Leone, alte appena 6 cm, rendono merito alla sapiente mano dell'artista per la minuziosità dei particolari, per la leggerezza dei drappeggi, per la mistica semplicità dei volti, per le delicate policromie. Vi sono uomini e volti che, se possibile, fanno ancora parte della nostra esperienza, che sono ancora conservati nella nostra memoria; persone, facce rugose e abbronzate alle prese con gli umili strumenti della loro attività lavorativa, venditori, ragazzi che giocano, ci fanno ricordare di averli visti o incontrati qualche volta, in qualche posto. Nella rigorosa fedeltà di imitazione dell'artista, che è approdato senza dubbio a risultati di assoluta veridicità, c'è infine il fascino antropologico dell'oggetto artigianale che, uscito dalle mani dell'uomo, diventa oggetto unico e irripetibile per l'impronta personale lasciata dal suo autore. L’intervista è stata realizzata il 20 dicembre 1997.